Se hai dei dubbi su come si scrive una parola, dai un’occhiata ai miei post-it di scrittura. Sono facili da consultare, in ordine alfabetico. E sono brevi ed essenziali, con la risposta pronta, proprio come quei post-it che si appiccicano (io lo faccio, e tu?) in giro per casa o in ufficio.
Due precisazioni. La prima: questo articolo è in costante aggiornamento, ti consiglio di tornarci di tanto in tanto per vedere i nuovi post-it di scrittura. La seconda: se una parola con lo stesso significato si può scrivere in due modi diversi, scegline uno e mantienilo in tutto il testo, per restare fedele all’uniformità editoriale. Ricorda che la violazione dell’uniformità editoriale è un errore.
A posto o apposto?
Si scrive a posto o apposto? Dipende. Entrambe le forme esistono nella lingua italiana, ma con significati diversi.
A posto (staccato): locuzione che significa ‘in ordine’, ‘in regola’. Esempio: È tutto a posto.
Apposto (attaccato e con due p): participio passato del verbo apporre, che significa ‘aggiungere’, ‘collocare accanto, sopra o sotto’. Esempio: Ho apposto la firma sul contratto.
Scrivere apposto invece di a posto è un errore grave e frequente, fai attenzione a non confondere le due grafie.
Al di là o aldilà?
Anche in questo caso entrambe le forme (al di là e aldilà) esistono, ma con significati ben diversi!
Al di là (staccato): locuzione che significa ‘oltre, di là di’. Esempi: Al di là di tutto, siamo buoni amici; La mia casa si trova al di là del bosco.
Aldilà (attaccato): sostantivo che significa ‘oltretomba’. Esempio: la Divina Commedia parla del viaggio di Dante dell’aldilà.
Trovo spesso scritto aldilà invece di al di là, è un errore che può diventare imbarazzante…
Al lavoro o a lavoro?
Si dice al lavoro o a lavoro?
Al lavoro: nell’italiano standard, questa è l’unica forma corretta. Esempio: Sto andando al lavoro.
A lavoro: questa espressione è al limite fra l’italiano sub-standard (cioè molto informale) e l’italiano regionale (cioè quello che si parla in alcune zone geografiche). Dal punto di vista grammaticale è un errore. Non usarlo, a meno che non ci sia un motivo particolare per farlo. Ad esempio, per caratterizzare i dialoghi di un personaggio in un romanzo o in un racconto.
Braccia o bracci?
Il plurale di braccio è braccia o bracci? Dipende da ciò a cui si riferisce e, in base a questo, il significato cambia. Vediamolo insieme.
Braccia: indica gli arti superiori del corpo umano, anche in senso figurato. Esempi: Allargare le braccia; Braccia rubate all’agricoltura.
Braccia può indicare anche il plurale dell’unità di misura (braccio). Esempio: Il sub ha trovato delle anfore a venti braccia di profondità.
Bracci: si riferisce alle sporgenze e ai prolungamenti degli oggetti. Esempi: Ho azionato i bracci della gru; Ho ristrutturato i bracci A e B dell’edificio.
Buongiorno o buon giorno?
Si scrive attaccato o staccato? Dipende dal fatto che si stia parlando di un saluto o di un sostantivo.
Saluto: si può scrivere in entrambi i modi. Esempi: Buongiorno a tutti; Buon giorno a tutti.
Quando hai deciso come scrivere il saluto, ricordati di mantenere la scelta per tutto il testo. Un solo buon giorno in mezzo a tanti buongiorno, pur se corretto dal punto di vista grammaticale, è una violazione del principio dell’uniformità e in fase di scrittura o di revisione va corretto.
Sostantivo: si scrive normalmente attaccato. Esempio: Il buongiorno si vede dal mattino. La forma staccata, molto più rara, è ammessa ma te la sconsiglio.
P.S: lo stesso discorso vale per buonasera e buonanotte. Non per buon pomeriggio, buona serata e buon weekend, che si scrivono sempre staccati.
Camicie o camice?
Tutte due le forme esistono nella lingua italiana, ma…
Camicie (con la I): sostantivo plurale di camicia (indumento che copre la parte superiore del corpo, di solito in tessuto leggero e coi bottoni). Esempio: Ho comprato due camicie a righe.
Camice (senza la I): sostantivo singolare (sopravveste professionale o tunica religiosa). Esempio: Il camice del farmacista mi ispira fiducia.
Vuoi un trucchetto per non sbagliare il plurale di camicia? Impara questa simpatica regola mnemonica: “Vocale chiama vocale”.
In altre parole, si tratta della regola generale per formare i plurali delle parole che terminano in -cia e -gia.
Quando -cia e -gia sono precedute da una vocale, la I rimane nel plurale (esempi: camicia-camicie, valigia-valigie).
Quando invece sono precedute da una consonante, il plurale perde la I (esempi: striscia-strisce, spiaggia-spiagge).
Centra o c’entra? Centrare o c’entrare?
Centra e centrare da una parte e c’entra dall’altra sono corrette, ma con due significati diversi (attenzione a non confonderli!); c’entrare, invece, è una forma errata.
Centra (senza apostrofo): verbo centrare (‘colpire/fissare nel centro’), indicativo presente, terza persona singolare. Esempio: Luca centra sempre il bersaglio.
Centrare (senza apostrofo): sempre verbo centrare, modo infinito. Esempio: Non riesco mai a centrare il bersaglio!
C’entra (con apostrofo): verbo entrarci (‘avere a che fare’), derivato di entrare + ci avverbiale, indicativo presente, terza persona singolare con elisione del ci. Esempio: Sara non c’entra nulla.
C’entrare (con apostrofo): questa forma è errata! Ricorda: l’infinito del verbo entrarci non vuole l’elisione del ci. All’infinito, quindi, si scrive entrarci. Esempio: Sara dice di non entrarci nulla. (In alternativa puoi scrivere così: Sara dice che lei non c’entra nulla.)
Che o ché?
Con l’accento o senza? Dipende… Vediamo gli usi principali di questa parola.
Che (senza accento): pronome (sostituisce il nome). Esempio: Il libro che ho letto è interessante. Altro esempio: Che fai?
Che (senza accento): aggettivo (accompagna il nome). Esempi: Che giornata! Che giorno è?
Che (senza accento): congiunzione (collega parole o proposizioni). Esempio: Ho comprato più penne che matite. Altro esempio: So che hai studiato.
Ché (con accento acuto): abbreviazione della congiunzione perché. Esempio: Studia, ché altrimenti ti bocciano.
N.B. Nel linguaggio informale è ammesso il che causale senza accento. In questo caso si utilizza un che subordinante generico, detto anche che polivalente. Esempio: Studia, che altrimenti ti bocciano.
Da, dà o da’?
Si scrive da, dà o da’? Dipende.
Da (senza accento e senza apostrofo): preposizione semplice. Esempio: Il treno è in arrivo da Bologna.
Dà (con accento): verbo dare, indicativo presente, terza persona singolare. Esempio: Il nostro hotel vi dà il benvenuto.
Da’ (con apostrofo): verbo dare, imperativo, seconda persona singolare. Esempio: Luca, da’ una mano al tuo compagno!
Di, dì o di’?
Queste sono tre grafie corrette, ma con significati diversi.
Di (senza accento e senza apostrofo): preposizione semplice. Esempio: La matita è di Marco
Dì (con accento): sostantivo (significa ‘giorno’). Esempio: Assumere due compresse al dì.
Di’ (con apostrofo): verbo dire, imperativo, seconda persona singolare. Esempio: Dì a Sara che la sto aspettando.
P.S.: si sta diffondendo la grafia dì per indicare l’imperativo di dire, anche perché dì nel senso di ‘giorno’ è ormai quasi in disuso e non ci sarebbe il rischio di confondere i due termini. Resta però preferibile e raccomandata la forma con l’apostrofo, anche per omogeneità con gli altri imperativi da’, fa’ e va’. (Fonte: Enciclopedia Treccani.)
Ecc. o etc.?
Come si abbrevia eccetera? Ecc. o etc.?
Partiamo da una premessa. Eccetera deriva dal latino et cetĕra, che vuol dire ‘e tutte le altre cose’, ‘e tutto il resto’, ‘e così via’.
Ecc.: abbreviazione della parola italiana eccetera. Questa è la forma più diffusa ed è sempre considerata corretta.
Etc.: abbreviazione più fedele al latino et cetĕra, e che si ricollega anche all’inglese etcetera. Anche se tecnicamente corretta, questa forma è da evitare: stai scrivendo in italiano, ed è la parola italiana che devi abbreviare. Quando revisioni un testo, ti consiglio di sostituire sempre etc. con ecc.
Ehi, hey o hei?
Questa interiezione si vede scritta in tanti modi, soprattutto sui social: ehi, hey, hei o anche altri improponibili.
Ehi: nella lingua italiana, questa è l’unica forma corretta (mi raccomando, non dimenticare la lettera h!). Ehi è un’interiezione primaria, cioè una parola invariabile che esprime le emozioni di chi parla. Serve per richiamare l’attenzione in modo confidenziale (esempio: “Ehi, Luca, come va?”), minaccioso (esempio: “Ehi, tu, non ci provare!”) o secco (esempio: “Ehi! Vieni subito qui!”).
Hey: forma inglese che corrisponde all’italiano ehi. Anche se tecnicamente corretta, è da evitare: stai scrivendo in italiano, ed è la parola italiana che devi usare. Quando scrivi revisioni il tuo testo, ti consiglio di sostituire sempre hey con ehi.
Hei: questa forma, un ibrido fra la grafia inglese e quella italiana, è sbagliata.
Entusiasta o entusiasto?
Entusiasta al maschile diventa entusiasto?
Entusiasta: si usa al singolare sia maschile sia femminile. Fa dunque parte di quelle parole che al singolare rimangono invariate. Per capire quando è maschile o femminile si fa riferimento al contesto e/o all’articolo. Esempi al femminile: Certo, è un’entusiasta; Marta è entusiasta. Esempi al maschile: Certo, è un entusiasta; Luca è entusiasta.
Entusiasto: questa grafia non esiste nella lingua italiana. Entusiasto è un errore e va sempre corretto, mi raccomando!
Al plurale, invece, la parola si declina in entusiaste (femmile) e entusiasti (maschile). Esempi: Le ragazze sono entusiaste; Anche i ragazzi sono entusiasti!
Hai paura di scrivere, per errore, entusiasto al posto di entusiasta? Ti do un consiglio in più: imposta in Word lo strumento della correzione automatica che, ogni volta che scrivi entusiasto, lo trasforma in entusiasta.
Fa, fa’ o fà?
Fa (senza apostrofo e senza accento): verbo fare, modo indicativo, terza persona singolare. Esempio: Il mio gatto fa le fusa.
Fa (senza apostrofo e senza accento): sostantivo, nota musicale. Esempio: Il pianista ha eseguito un brano in fa maggiore.
Fa (senza apostrofo e senza accento): particella con funzione avverbiale. Pur non essendo, di per sé, un avverbio, fa svolge una funzione avverbiale all’interno di locuzioni avverbiali di tempo come, ad esempio, “anni fa”. In questi casi, il fa deriva dall’indicativo del verbo fare nel significato di ‘compiersi’, riferito al passare del tempo. Esempio: Anni fa ho incontrato Luca.
Fa’ (con apostrofo): verbo fare, modo imperativo, seconda persona singolare. Esempio: Fa’ come ti ho detto!
N.B.: per indicare il modo imperativo del verbo fare alla seconda persona singolare si può scrivere anche fai (esempio: Fai come ti ho detto!).
Fà (con accento): questa forma è sbagliata e va sempre corretta.
Anche in questo caso, per non sbagliare, puoi impostare in Word lo strumento di correzione automatica che, ogni volta che digiti fà, lo trasforma in fa’.
Fra o tra?
Fra e tra sono due preposizioni semplici con lo stesso significato. Sono identiche e in genere intercambiabili.
Quando però la parola successiva inizia con la stessa sillaba, si crea un suono sgradevole (una cacofonia). In questi casi, è bene scegliere la preposizione che evita la ripetizione di suoni (fra-fra, tra-tra). Esempio: Tra fratelli (anziché fra fratelli). Altro esempio: Fra travi (anziché tra travi).
Okay, ok, O.K. o occhei?
Le prime tre grafie sono corrette, la quarta un po’ meno (anzi, decisamente meno!).
Okay: è la grafia corretta più elegante e quella che, personalmente, consiglio.
Ok: anche questa è corretta, ed è la grafia più diffusa.
O.K.: è la forma meno diffusa, ma comunque corretta.
Occhei: questa forma, italianizzata, qualche volta è ammessa ma è per lo più considerata sbagliata. Ed è pure brutta, a mio avviso. Ti sconsiglio di usarla.
Paralimpiadi, paraolimpiadi o parolimpiadi?
Paralimpiadi (senza la o): questa è la forma corretta più diffusa, che deriva dall’influsso della lingua inglese. Nel 1984 in Comitato Olimpico Internazionale denominò infatti Paralympic Games i giochi olimpici per atleti con disabilità.
Paraolimpiadi (con la a e la o): anche questa forma è corretta, ma è molto più rara: i linguisti la sconsigliano e più importanti dizionari italiani la riportano ma rinviano a paralimpiadi.
Parolimpiadi (senza la a): questa grafia è errata. L’Accademia della Crusca ci dice che è talmente rara da non poter essere considerata un’eccezione.
Perché o perchè?
Perché (con accento acuto): questa è l’unica forma corretta. L’accento acuto, che si scrive dal basso all’alto e da sinistra a destra, indica che la vocale va pronunciata chiusa. L’accento acuto si usa anche con poiché, affinché, dopodiché, benché eccetera.
Perchè (con accento grave): questa forma è sbagliata e va sempre corretta. L’accento grave, che si scrive dall’alto al basso e da sinistra a destra, indica che la vocale va pronunciata aperta. Si usa ad esempio con è, cioè, tè (bevanda), caffè.
Un consiglio: sulla tastiera ci sono entrambe le 𝘦 minuscole accentate ma se non vuoi rischiare, anche solo per una svista, di scrivere 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩è al posto di 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩é, puoi impostare un’opzione di correzione automatica che, quando scrivi la parola errata, la trasforma automaticamente in quella corretta.
Lo pneumatico o il pneumatico?
L’articolo giusto per la parola pneumatico è lo o il?
Lo pneumatico: secondo le regole generali della grammatica italiana, si usa l’articolo lo davanti alle parole che iniziano con gn, pn, ps, x, z o s impura, cioè s seguita da una consonante. La grafia corretta è al singolare lo pneumatico e uno pneumatico, al plurale gli pneumatici.
Il pneumatico: questa grafia, tipica del linguaggio informale, è molto diffusa e generalmente ammessa, anche se sbagliata rispetto alla regola generale. Si trova ad esempio in testi di carattere giornalistico e pubblicitario, e a volte anche nella narrativa.
Un consiglio: se vuoi usare il pneumatico, accertati che questa grafia sia adatta al tipo di testo che stai scrivendo. In quelli più formali ed eleganti ti sconsiglio di farlo.
Po, po’ o pò?
In questo caso, solo le prime due forme sono corrette, ma con significati diversi.
Po (senza apostrofo e senza accento): nome proprio del fiume. Po è corretto solo se si riferisce al fiume e se è scritto con la lettera maiuscola. Esempio: L’acqua del Po ha sommerso la golena.
Po’ (con apostrofo): troncamento della parola poco con soppressione della seconda sillaba (si tratta di un’eccezione perché il troncamento, di solito, non vuole l’apostrofo). Esempio: Posso avere un po’ di gelato, per favore?
Pò (con accento): questa forma, con l’accento, è sbagliata e va sempre corretta. Un consiglio: per non commettere l’errore di scrivere pò, puoi impostare in Word lo strumento di correzione automatica che, ogni volta che digiti pò, lo trasforma in po’.
Portafoglio o portafogli?
Come si scrive, al singolare, il nome della custodia in cui teniamo soldi, carte di credito e documenti vari Entrambe le forme sono ammesse nella lingua italiana. Vediamole insieme.
Portafoglio: grafia più diffusa. Esempio: Ho comprato un portafoglio a fiori.
Portafogli: grafia meno diffusa ma più vicina ad altri composti analoghi (portamonete, portapenne ecc.). Esempio: Ho perso il mio portafogli.
Qual è o qual’è?
Per capire come si scrive, facciamo una piccola premessa e vediamo la differenza fra elisione e troncamento.
Elisione: caduta della vocale finale di una parola non accentata quando anche la parola che segue inizia con vocale. L’elisione evita l’incontro di due vocali e lo fa unendo le due parole con l’apostrofo. Esempi: l’amico (lo amico), anch’io (anche io), c’era (ci era).
Troncamento (o apocope): caduta di una vocale o di una sillaba alla fine di una parola per rendere il discorso più fluido. Salvo eccezioni (come ad esempio po’, va’, mo’), il troncamento non vuole l’apostrofo. Esempi: dottor Abelardi (dottore Abelardi), amor proprio (amore proprio), a piè (a piedi/piede).
Torniamo ora al nostro caso.
Qual è (senza apostrofo): questa è l’unica forma corretta, perché si tratta del troncamento della parola quale. Esempio: Qual è il tuo libro preferito?
Qual’è (con apostrofo): questa forma è sbagliata. È un errore molto frequente e va sempre corretto, mi raccomando!
Ecco un trucchetto per non sbagliare: se hai dei dubbi, prova a mettere qual davanti a una parola che inizia con una consonante. Ci sta? Sì, ad esempio in “qual buon vento”. Allora non si tratta di elisione (che si ha appunto quando la parola successiva inizia per vocale) ma di troncamento. Di conseguenza, non ci va l’apostrofo.
Lo sdraio o la sdraio?
Maschile o femminile? Entrambe le forme esistono nella lingua italiana. Vediamole insieme.
Lo sdraio (maschile) 1: indica la posizione coricata, l’essere sdraiati, soprattutto nella locuzione avverbiale “a sdraio”.
Esempi: Marta si è buttata a sdraio; Ho comprato una poltrona a sdraio.
La sdraio (femminile): è la forma più diffusa e corretta per indicare il sinonimo (per ellissi) di “sedia/poltrona a sdraio”.
Esempio: Ho comprato un ombrellone e una sdraio.
Lo sdraio (maschile) 2: forma meno diffusa e colloquiale, tipica del parlato, per indicare il sinonimo di “sedia/poltrona a sdraio”. Si usa molto, ad esempio, nella Riviera Romagnola.
Esempio: Ho preso un ombrellone e uno sdraio.
Si, sì o si’?
In questo caso, solo le prime due forme sono corrette, ma sono spesso confuse fra loro.
Si (senza accento e senza apostrofo): pronome. Esempio: Si può entrare?
Si (senza accento e senza apostrofo): nota musicale. Esempio: Il si diesis è più alto del si bemolle.
Sì (con accento): avverbio di affermazione. Esempio: Sì, sono stata io.
Si’ (con apostrofo): questa grafia è non è ammessa e va sempre corretta.
Ricorda che se vuoi scrivere l’imperativo alla seconda persona del verbo essere, la forma corretta è sii (esempio: Sii più gentile!). Si al posto di sì è un errore molto frequente, rileggi sempre i tuoi testi (o falli rileggere, magari a un professionista editoriale) prima di pubblicarli o inviarli.
Per concludere
Fai sempre attenzione quando scrivi o rileggi i tuoi testi. Tieni sotto mano i miei post-it, possono esserti utili. Se vuoi approfondire il discorso sulla grafia di alcune parole, ti indico anche le fonti online che consulto più spesso: Treccani e Accademia della Crusca.
Se invece vuoi affidarmi il tuo testo perché diventi pulito e professionale, contattami per una correzione di bozza e/o una revisione stilistica. Sarò felice di aiutarti.

