Quando mi è stato proposto di scrivere un racconto legato ai saloni dei parrucchieri, ho pensato subito che un ciuffo di capelli può servire a nascondersi. Così è nato Domenico, il protagonista del mio racconto Oltre le chiome. Domenico è bullizzato dai compagni di scuola e ogni mattina per lui è una sofferenza. Finché, un giorno, decide di reagire…
Buona lettura!
Oltre le chiome
«Mimmo, ti sei ricordato di mettere la brioche nello zaino?»
«Sì, ma’» risponde come ogni mattina Domenico, davanti allo specchio del bagno. E come ogni mattina la mamma gli parla dalla cucina, fra il rumore delle tazze nel lavello.
Domenico afferra la spazzola, guarda serio la sua immagine riflessa nello specchio e inizia a pettinare con cura i capelli. Poi passa la piastra su ogni ciocca: parte da quelle più basse dietro al collo e si sofferma sulla frangia, lunga fino al naso. La sistema di lato a destra, la liscia verso il basso appoggiandola al sopracciglio. Ci ha impiegato quasi un anno a farla crescere, scalandola in modo asimmetrico di tanto in tanto. Un vanto per Giada del Fantasy Hair, che il mese scorso gli ha chiesto il permesso di postare una sua foto sulle pagine social del salone. In quell’occasione, gliel’aveva anche colorata con un rosso fuoco.
«E il mal di testa è passato?»
Domenico stringe gli occhi e porta una mano alla fronte. No, non è passato per niente. «Sì, ma’, tutto a posto» risponde. Poi va nel corridoio, indossa le Vans e si carica lo zaino sulle spalle.
«Mimmo, tira su quella frangia, altrimenti ti torna!»
Domenico di spalle sbuffa e la sposta appena un po’ più a destra.
«E ricordati di dire che domani passo a pagare».
«Sì. Vado. Ciao ma’».
La mamma esce dalla cucina, gli sistema la camicia a quadrettoni e gli raccomanda di guardare bene la strada prima di attraversare sulle strisce.
«Sì, sì. Vado» risponde Domenico mentre si avvia verso la porta tagliafuoco. Entra in garage e toglie lo skate dal gancio. Una controllata alle ruote e agli adesivi mentre esce dal cortile, poi parte con abili movimenti delle ginocchia e del bacino.
Svoltato l’angolo rallenta e sposta finalmente la frangia fino a coprire tutto l’occhio destro, come piace a lui.
Alza lo sguardo. Anche oggi il cielo è coperto di nubi grandi e scure.
Il clima qui al Nord è molto diverso da quello della Sicilia: a Sciacca, dove viveva fino a sei mesi fa, la pioggia durava un paio d’ore per poi lasciare spazio nuovamente al sole, anche in inverno. Al Nord, invece, il sole sta nascosto per intere settimane.
E poi gli alberi.
Enormi. Come quelli degli incubi.
Ogni sera trema al pensiero di dover dormire, ha il terrore di sognare quell’albero gigantesco che lo insegue mentre va a scuola. Il cielo cupo, le radici che si sollevano in una nube di terra e polvere che gli offusca la vista, e lui che corre affannato. Si sforza di urlare ma dalla gola non esce alcun suono. Continua a correre ma l’albero è più veloce di lui e, agitando al vento la sua chioma, lo raggiunge; lo calpesta con le radici pesanti come piedi di un troll e lo cattura coi rami, avvinghiandosi prima alle caviglie, poi alle braccia e pian piano a tutto il corpo.
Ogni volta che accade – sempre più spesso, ultimamente – si sveglia di soprassalto, sudato e con il mal di testa. È successo anche questa notte alle cinque, non è più riuscito a riaddormentarsi e ora si ritrova con gli occhi da panda.
Scaccia una lacrima, si accarezza la frangia e prosegue con andatura svogliata verso la scuola.
Prova a distrarsi ma il pensiero va di nuovo a Sciacca, alla vegetazione che costeggia le strade: limoni e aranceti che coi loro frutti succosi decorano giardini e colline; cactus e fichi d’india che colorano il paesaggio scaldato dal sole. Inspira profondamente. Ora gli sembra di sentire il profumo dei cannoli della pasticceria del corso, quelli con la ricotta così gustosa che straripa dalla pasta sfoglia. Con l’acquolina in bocca e lo sguardo nel vuoto, immagina di tornare al suo paese e di percorrere in skate, col cannolo in mano e le labbra incorniciate dallo zucchero, la strada in discesa che conduce al porto, dove tornano i pescherecci nel primo pomeriggio.
A Sciacca tutto è diverso e più bello. Al Nord ogni cosa è sbiadita e i sensi sono soffocati dall’umidità. Domenico pensa alle infinite giornate di nebbia, quando si guarda intorno con gli occhi da miope. Da sotto i vestiti penetrano quelle goccioline fredde e fastidiose, proprio come le persone che vivono qui.
Domenico passa davanti a una betulla: sembra uno scheletro dentro un abito verde. Col batticuore dà una spinta alla tavola e accelera.
A destra ora c’è la vetrata del Fantasy Hair, Domenico fa un lungo respiro. Da dentro Giada, in piedi su una pedana, agita un braccio e lo saluta. Domenico si sistema il ciuffo e ricambia con un cenno, mentre lei, sorridendo, si avvicina all’ingresso. «Ti aspetto dopo la scuola!» esclama. Lui annuisce e procede lungo la sua strada.
Arriva a trenta metri dal cancello della scuola. Gli occhi bruciano e le labbra tremano, come ogni volta. Guarda i compagni divisi in vari gruppi: chi intento a chiacchierare, chi a chiudere col lucchetto la bicicletta, chi a guardare lo smartphone o a fare gli ultimi selfie prima del suono della campanella.
Diego spicca in mezzo a tutti, la chioma riccia di un biondo nauseante, fiero nel suo metro e settanta. È circondato dai soliti che scimmiottano, osservando con la coda dell’occhio ogni passante. Ci sono anche tre tipe dell’ultimo anno che pare sappiano solo ridere.
«Ciao ciuffetto» cantilena Diego con un sorriso perfido.
Domenico sente le guance infuocate e le labbra che tremano sempre di più. Con la mano abbassa la frangia sul naso. Finge di non sentire. Scruta la tavola dello skate e i lacci delle scarpe per due lunghissimi secondi, durante i quali la tristezza e un silenzio innaturale lo avvolgono. Poi si piega sulle ginocchia, prende lo skate, lo porta sotto il braccio e si avvicina al portabiciclette. Tira fuori il lucchetto a cavo e si china per legarlo.
D’un tratto, sente bisbigliare alle sue spalle. Subito dopo, dei passi sempre più vicini. Con uno scatto si scompiglia i capelli fino a nascondere entrambi gli occhi. Gli arriva un colpo sulla schiena, come una frustata. Fa male. Tanto. Si alza lentamente, prova a non tremare ma è più forte di lui. Quando trova il coraggio di voltarsi, sguardo in giù, le vede a mezzo metro da lui: sono le Adidas di Diego.
Diego gli si avvicina ancora di più, ha in mano il ramo di un salice e sogghigna. Domenico si guarda terrorizzato intorno. Il gruppetto di Diego ride e un bastardo con lo smartphone lo sta pure riprendendo. Poco più in là, in fondo al cortile, nessuno sembra accorgersi di quello che accade.
Diego infila il ramo fra i capelli di Domenico, scompigliandoli. «Ehi, ciuffetto, cos’è che fai oggi? Vai dalla tua nanerottola?» Quindi si volta verso gli altri ragazzi, che lo incitano e ridono sguaiati.
Domenico stringe i pugni così forte che avverte il dolore delle unghie conficcate nel palmo. Intorno sente solo un rimbombo di risate e nella sua testa l’eco insistente di ciuffetto… nanerottola… nanerottola…
***
Domenico apre piano la porta del Fantasy Hair ed entra con lo sguardo basso e lo skate sotto il braccio.
«Ciao Domenico».
«Ciao» risponde a Giada con voce sommessa.
Lei gli indica il disimpegno dietro la tenda. «Porta pazienza, sono un po’ in ritardo».
«Vabbè, non ho niente da fare oggi» risponde lui mentre apre la tenda e parcheggia lo skate. Quindi va a sedersi sul divanetto col cellulare in mano.
Alza gli occhi. Davanti allo specchio ci sono due clienti. Una, che avrà l’età di sua mamma, ha appena scelto i colpi di sole. L’altra, più giovane, ha i capelli lunghi color ciliegia e li deve stirare. Di fianco a lei, un ragazzo con la divisa del negozio e la piastra in mano. Domenico lo osserva, è biondissimo con le lentiggini.
«Ciao» gli dice il ragazzo. «Mi sa che non ci siamo mai visti. Comunque, io sono Leo». Domenico ricambia il saluto, si volta e incontra lo sguardo di Giada.
Giada inizia a raccontare: Leo è uno studente del terzo anno della scuola per parrucchieri, vive in un paese della provincia e ha appena iniziato uno stage. Per ora si occupa solo delle pieghe, ma è un tipo molto in gamba e le fa pure comodo, al salone c’è sempre così tanto da fare!
Domenico annuisce e subito dopo china la testa sullo smartphone. Di tanto in tanto, però, da sotto la frangia osserva Leo lisciare ogni ciocca con grande attenzione.
Intanto Giada, carrellino alla mano, si prepara a mimetizzare i capelli bianchi della sua cliente. La signora guarda Domenico riflesso nello specchio e commenta: «Ma che ciuffo lungo, il ragazzino lì seduto!»
«La moda anni Ottanta è tornata, è una frangia alla emo» risponde Giada mentre mescola il colore nella ciotola.
«Frangia alla che?»
«Alla emo. Te li ricordi i ragazzi coi jeans stretti, i capelli scalatissimi davanti alla faccia, i ciuffi colorati?»
«Urca, è vero! Una mia compagna di classe era così, una specie di punk. Com’è che si chiamava? Ah, sì, Barbara, che tipa stramba».
Domenico vorrebbe mandarla affanculo ma continua a fissare lo schermo del cellulare.
«Mah… si rovinerà gli occhi» borbotta la signora.
Terminata la piastra, Leo saluta la ragazza e guarda l’orologio dietro la cassa. Poi prende il tablet del negozio, si avvicina a Domenico e si siede accanto a lui.
«Ehi, come va?»
«Va…» risponde Domenico senza scomporsi.
«Io ho diciannove anni, e tu?»
«Dodici».
«Vuoi che ti mostri le ultime mode?» Senza aspettare la risposta apre la pagina coi tagli di media lunghezza e inizia a far scorrere le immagini.
«Che classe fai?»
Domenico, guardando i modelli coi ciuffi colorati, risponde: «La seconda». Si lascia sfuggire un sospiro, poi imbarazzato aggiunge: «Ma non mi piace. Cioè, nel senso che sono nuovo e… ecco… diciamo che non ho molti amici, tutto qui».
«Mi dispiace, ma vedrai che presto ne troverai tanti. Ti va di bere qualcosa alla macchinetta? Tanto io devo aspettare il pullman dei quarantotto e scommetto che anche tu, come me, adori la cioccolata calda».
Domenico annuisce timidamente e si alza per seguire Leo. Camminando dietro di lui, osserva con ammirazione il suo passo silenzioso, discreto ma sicuro. Lui non è di certo uno tormentato dagli incubi.
Leo gli porge il bicchiere. Domenico lo afferra, arrossisce. «Però mi piace andare in skate, ci vado ogni giorno. Da solo».
Leo soffia sul bicchiere e inizia a sorseggiare; intanto, fissa il giardino al di là della strada. Poi appoggia il bicchiere ancora mezzo pieno sulla mensola, accanto ai riflessanti, e abbassa le palpebre. Sembra triste. Subito dopo riapre gli occhi e dice: «Quando sei entrato ho guardato il tuo skate, è bellissimo».
Domenico si volta orgoglioso verso il disimpegno. Allarga le spalle e gonfia il petto: nessuno gliel’aveva mai detto prima. Intanto, Leo riprende a parlare. Da bambino viveva in montagna, in Val Pusteria. In cortile aveva un albero di mele. Come quello che c’è laggiù, in fondo a quel giardino, ma molto più grande. E vicino a casa sua c’era un parco con uno skatepark, piccolo ma ben attrezzato. Ogni pomeriggio ci andava con gli amici, anche nelle giornate più fredde. Gli sembra ancora di sentire le ruote che corrono sulle rampe. Ha smesso di andare in skate quando si è trasferito, ma ogni volta che ci ripensa si emoziona.
«E perché non lo fai più?» chiede Domenico.
«In effetti non lo so bene neanch’io. Però sarebbe fico ricominciare».
«Eh, già».
Leo ora sorride. «Domenico, ma tu i trick come li fai?»
Domenico tira fuori dalla tasca dei jeans un fingerskate.
Leo gli fa l’occhiolino. Subito dopo prende due scatole di colore, una più grande e una più piccola, le mette una di fronte all’altra. Quindi afferra dei depliant, li appoggia sopra e crea una rampa. Domenico inizia a muovere velocemente il finger con le dita, esibendosi su quello skatepark di fantasia in una serie di acrobazie: ollie, slide, kickflip…
***
Giada ripone le strisce di stagnola avanzate sul carrellino, toglie i guanti, si solleva sulle punte dei piedi e preme il tasto di accensione della lampada. Poi la posiziona sopra la testa della signora e le porge una rivista di gossip. Con un cenno invita Domenico a seguirla al lato opposto del salone. Lo fa sedere sulla poltroncina, prende in mano una confezione ancora chiusa di mascara per capelli e domanda: «Che te ne pare del mio ultimo acquisto? La tua frangia coi ciuffi cobalto sarebbe uno schianto!».
Domenico solleva la frangia e la porta tutta all’indietro. Rimane immobile.
Giada e Leo fissano senza parole il suo zigomo gonfio e livido. Riflesso sullo specchio, pensa intanto Domenico, sembra un cielo di sera, prima di una tempesta.
«Ma… ma… Domenico! Che ti è successo? Sei caduto in skate?» chiede Giada avvicinandosi a lui, mentre Leo corre a prendere un sacchetto del ghiaccio.
«È stato a scuola. Adesso sto meglio, però».
Leo torna col ghiaccio avvolto in un asciugamano e glielo appoggia piano sul viso. Poi domanda: «Sì, ma come hai fatto a prendere una botta così?»
Domenico rimane in silenzio per qualche secondo di fronte allo sguardo perplesso dei due.
Giada gli cinge le spalle e lo avvolge in un abbraccio. «Cos’è successo, tesoro? Hai voglia di dircelo?»
Il ragazzino stringe i pugni e inizia a parlare, le parole gli escono a fiume una dopo l’altra.
«È stato un branco di bastardi! Diego della seconda C e i suoi compagni mi prendono sempre in giro, e io ogni volta ho paura di andare a scuola! La notte faccio gli incubi. Di giorno sono triste, a volte non so neanche io il perché».
«Domenico, mi dispiace tantissimo. Non immaginavo…»
Leo guarda l’ora, sono i quarantacinque, alza le spalle. Si siede sulla poltroncina di fianco a Domenico.
Domenico si soffia il naso, guarda in basso, gioca con le dita delle mani e arrossisce. «All’inizio mi prendevano un po’ in giro e io credevo fosse una cosa normale, che può succedere. Mi vergognavo pure. Poi ho iniziato a pensare che avevo sbagliato qualcosa e non sapevo come fare. Oggi però mi sono proprio rotto!»
«Cos’è successo oggi?» domanda Leo.
«Oggi hanno offeso Giada e io non ci ho più visto!»
Giada lo osserva incredula. Una lacrima le scende sulla guancia, la asciuga con il polso.
«Finché offendevano me cercavo di far finta di niente. Mi chiamavano ciuffetto. Pensavo solo a nascondermi, avrei voluto diventare invisibile».
Giada non riesce più a trattenere le lacrime e volta le spalle al lato opposto del salone, dove la signora è tutta concentrata sui gossip.
«Ma… Do… Domenico…» balbetta.
«Ti ha chiamata nanerottola, lo ha ripetuto non so quante volte, tutti ridevano di te. Io ho pensato che non era giusto». Poi si alza, sposta la poltroncina; Leo si sposta a sua volta. «Sai che ho fatto, allora? Gli ho piantato un bel calcio sullo stinco. Proprio così!» esclama, aggrottando le sopracciglia e mimando il movimento della gamba.
Giada e Leo lo invitano ad andare avanti.
«E poi… ehm… le ho prese indietro, e pure con gli interessi». All’improvviso, scoppia a ridere: «Le ho prese, però gliele ho anche date, minchia!»
Giada si avvicina, gli appoggia una mano sulla sua spalla, sorride. «Quando ero ragazzina, mi prendevano sempre in giro per il mio metro e cinquantadue. Ma mai nessuno mi ha difesa come hai fatto tu oggi».
«I tuoi compagni di scuola sono degli imbecilli, tu invece sei un grande!» aggiunge Leo.
Domenico guarda il cielo al di là della vetrata, oltre le chiome degli alberi.
«Giada, Leo, voglio tagliare la frangia. Adesso».
***
Il mio racconto Oltre le chiome è stato inserito nell’antologia Dacci un taglio. Otto racconti giù di testa, pubblicata da Scatole Parlanti nel 2019. L’antologia è il risultato del lavoro degli studenti del corso di scrittura creativa di Michele Renzullo.


Che scorrevole e fresco e molto attuale.
Grazie, Enrico. Mi fa molto piacere.
Bellissimo il tuo racconto Annalisa, purtroppo oggigiorno troviamo tanti ragazzi nei panni di Domenico, speriamo solo abbiano sempre qualcuno vicino che li aiuti.
Grazie, Roberta. Sì, purtroppo il fenomeno è ancora molto diffuso ed è importante che chi è vittima di bullismo ne parli con una persona adulta di fiducia.